Le nuove contraddizioni

Le nuove contraddizioni

Sul piano nazionale

di Silvio Ortona

1. Stati ebraici nella storia

Stato ebraico e religione ebraica erano convissuti in passato soltanto per periodi relativamente brevi in confronto alla lunghezza complessiva – tre millenni – della nostra storia, periodi, inoltre, ormai lontani.

Gli Stati ebraici della prima metà dell’ultimo millennio precristiano (documentati dalla Bibbia e da poche altre fonti), quello unito di Saul Davide e Salomone, poi Israele e Giuda, pur con le loro peculiarità, non poterono che essere Stati del loro tempo e della loro area, diciamo “monarchie orientali”, del Vicino Oriente Antico. Esse risultarono, pare, mal accette, anzi a un certo punto fieramente avversate dalla cultura nazionale – religiosa – alla fine prevalente.

Più breve – un settantennio – è la durata del secondo tipo di Stato ebraico, che fu anch’esso, naturalmente, uno Stato del suo tempo e luogo, una monarchia ellenistica, tardiva e rapidamente degenerata.

La successiva bimillenaria assenza di statualità ebraica ha fatto sì che fosse poco sentita la necessità di elaborare e aggiornare una teoria alahica dello Stato e in particolare una teoria dell’istituzione, organizzazione e funzionamento di un eventuale Stato nazionale ebraico.

Israele nasce alla metà del XX secolo come terzo tipo di Stato ebraico, anch’esso all’infuori di ogni indicazione alahica sulla sua ebraicità. Esso nasce con la peculiarità di corrispondere, sì, ad un modello del suo e nostro tempo, ma collocato in un luogo improprio, un luogo cioè dove gli Stati erano diversi.

Israele inoltre, nel confronto con il modello – che è quello della repubblica democratica occidentale –, presenta altre peculiarità, delle quali già si è detto in precedenti articoli. La prima è che la sua definizione nazionale – ebraico – corrisponde anche ad una qualificazione religiosa. La seconda deriva dal fatto di nascere come stato nazionale ebraico con una popolazione plurinazionale, indigena nella sua componente minoritaria, parzialmente tale in quella maggioritaria.

2. Un’anomalia congenita

Il modello “repubblica democratica” consente molte varianti e può presentare, anche, anomalìe. Alcune di queste possono essere considerate ammissibili, altre possono essere tollerate, sia perché tollerabili, sia perché devono, per forza maggiore politica, essere tollerate.

L’Italia stessa può essere sub judice da questo punto di vista, per il fatto della concentrazione – di fatto – nelle mani di una persona di eccessivi poteri, istituzionali e non, quelli legislativo, esecutivo, mediatico, finanziario e tra poco, forse, anche giudiziario, dal che derivano conflitti di interessi si può dire quotidiani. Il caso Italia può essere collocato tra il tollerabile e il semplicemente tollerato. Esso comunque è considerato transeunte e non ha ancora carattere strutturale.

Le peculiarità anomale di Israele hanno invece questo carattere. Già se ne è detto nel precedente articolo, riguardante il lato religioso. Mi limito ad un esempio: i divieti matrimoniali, di carattere religioso, israeliani violano diritti che la democrazia moderna considera inalienabili. Da questo lato la situazione israeliana è stata fin qui tollerata, probabilmente anche per la sua non incidenza (e sempre solo sul piano individuale) al di fuori della collettività dei cittadini israeliani (o forse perché non tocca grossi interessi economico-finanziari).

Diversa è la situazione sul lato nazionale. Si incontra qui il problema di una rilevante minoranza, quella palestinese, corrispondente anche a più minoranze religiose. In questa sede esso sarà esaminato non in astratto, dal punto di vista della disciplina che ai miei tempi si sarebbe chiamata filosofia del diritto pubblico, ma dal punto di vista proprio di questa serie di articoli, avente particolare riferimento alle esperienze vissute dagli ebrei negli ultimi due secoli e alle generalizzazioni che possono suggerire.

3. Ebrei cittadini nell’Occidente

Gli ebrei sono attualmente in maggioranza cittadini di Stati di tipo democratico occidentale, un modello di cui auspichiamo l’estensione. Ivi sono presenti come nuclei sparsi all’interno della società generale, raggruppati in comunità di dimensioni relativamente molto piccole. Il numero degli ebrei in Italia è inferiore allo 0,1% della popolazione, percentuale che è, ad esempio, moltiplicata per 5 in Ungheria, raggiunge l’1% in Francia e, limite forse massimo, supera di poco il 2% negli Stati Uniti d’America.

In questi e negli altri Paesi gli ebrei costituiscono dunque una minoranza, coesistente con minoranze di altri tipi (religiose, etniche, linguistiche, sessuali, confinarie, ecc.). Le minoranze – e tra esse la nostra – sono per lo più interessate alla realizzazione e al mantenimento, nello Stato e nella società, di un regime democratico che garantisca a tutti il diritto all’uguaglianza e che inoltre riconosca il diritto delle minoranze al mantenimento, tutela e sviluppo delle loro legittime diversità.

Una serie plurisecolare di lotte, costellate da successi, sconfitte ed anche tragedie, ha permesso all’umanità di compiere alcuni passi nella direzione di una tale democrazia, la quale ancora oggi è realizzata – e non del tutto, non stabilmente – soltanto in una parte del mondo. Perfino in un Paese come l’Italia troviamo installate al governo forze operativamente ostili a questa democrazia.

In un precedente articolo ho accennato alle condizioni storiche che hanno fatto sì che le minoranze ebraiche siano oggi collocate sovente negli strati medio-alti delle popolazioni e positivamente inserite nelle società e Stati democratici. Si va consolidando la concezione che la democraticità di una società si misura anche dal grado di riconoscimento dato alle minoranze, tra le quali la nostra.

In alcuni Paesi, così in Italia, gli ebrei costituiscono una minoranza storica, una componente della storia del Paese, ciò sul piano religioso, su quello culturale ed anche, in certi tempi e luoghi, su quelli dello sviluppo economico, di quello civico, ecc. In Italia la Costituzione e la legislazione conseguente danno uno specifico riconoscimento giuridico alla comunità ebraica (regime concordatario o “delle intese”). Ma in generale l’esigenza degli ebrei, allo scopo del mantenimento e sviluppo della loro identità, è quella del riconoscimento di un diritto individuale all’uguaglianza con diversità, diritto che attraverso l’associazione diventa collettivo sul piano religioso e culturale, con corollari politici, assistenziali, economici.

Anche di ciò si è già scritto in articoli precedenti. Vale tuttavia la pena ripetere che, a due secoli dall’inizio delle pratiche emancipatorie, gli ebrei, se vogliono, come in generale vogliono, perpetuare pacificamente la loro identità collettiva, sono esistenzialmente impegnati, nei Paesi di cui sono cittadini – e ovunque – ad operare perché si instaurino e si mantengano democrazie aventi, tra le altre, le caratteristiche di cui si è detto.

Avviene che a volte nei Paesi occidentali si sia più tolleranti – a volte con qualche ragione, a volte no – verso le carenze democratiche di certi Paesi la cui storia – non senza responsabilità dell’Occidente dominante – ci pare essere rimasta indietro. Ci sentiamo minacciati se la democrazia viene vulnerata o minacciata in quell’Occidente del quale Israele ha scelto di far parte.

4. Cittadinanza in Israele

Non sembra necessario richiamare qui le vicende che hanno portato alla fondazione di Israele come Stato ebraico comprendente una minoranza nazionale e religiosa palestinese di circa un quinto della popolazione.

I rapporti di fatto e istituzionali sono stati inizialmente fondati sulla forza. I decenni successivi hanno portato alla formazione di un Paese nuovo ed altro rispetto all’inizio, un Paese tra i più avanzati nel mondo, ciò ad opera degli investimenti ebraici (o procurati da politiche condotte da ebrei) di capitali, lavoro, imprenditorialità, organizzazione.

In questo nuovo Paese la minoranza palestinese si è trovata e si trova collocata a un livello socio-economico inferiore a quello medio. Esistono inoltre una legislazione e una pratica amministrativa che istituiscono discriminazioni per i cittadini palestinesi. Non serve soffermarcisi, perché in questa sede non interessa analizzare queste situazioni; è sufficiente la constatazione della loro esistenza.

Del resto il problema è addirittura istituzionale. In uno Stato quale Israele si autodefinisce è dubbio che i palestinesi abbiano il dovere o addirittura il diritto di riconoscersi, al di là della formale cittadinanza.

Aperto è il discorso sulle cause del mantenimento di questa anomalìa democratica, inizialmente dovuta alle modalità stesse della formazione dello Stato. Essa viene di solito posta in dipendenza dalle contingenze e/o prospettive belliche che sono state una costante nella vita di Israele dalla sua nascita ad oggi. Si deve però ricordare che per la maggior parte del periodo considerato il coinvolgimento, nelle tensioni, dei palestinesi interni è stato nullo o assai modesto, mentre le minacce alla sicurezza di Israele sono derivate fino a ieri o dai rapporti internazionali o dai territori conquistati nel 1967 e quindi, di nuovo, non dai cittadini palestinesi.

5. I cittadini arabi

La minoranza palestinese interna allo Stato di Israele è diversa dalle minoranze diasporiche ebraiche nei loro Paesi. Non si tratta di nuclei comunitari dispersi nella maggioranza, poi eventualmente raggruppati in una unione di secondo grado; neppure si tratta di una piccola minoranza confinaria, religiosa o linguistica. I palestinesi in Israele sono un’entità indigena di dimensioni relativamente rilevanti.

Tale diversità dice che non sono pensabili in Israele soluzioni democratiche simili a quelle degli ebrei nei Paesi occidentali. Per fare uguaglianza in situazioni diverse è necessario costruire soluzioni diverse ed equipollenti, il che nel caso è certamente molto difficile.

Non penso che si possa qui discettare sui marchingegni filosofici, costituzionali, legislativi ed altri atti ad avviare a soluzione il problema. Non avrebbe senso. Una lunga serie di scelte politiche, di un gran numero di soggetti, variamente collocate nel tempo e nello spazio hanno fatto la storia che ha prodotto Israele e ha condotto Israele e i palestinesi alla situazione del 1948 e a quella di ieri (prescindo per ora dall’ultimissimo periodo che ha cambiato le cose). Dobbiamo analogamente sapere che, se vogliamo cercare o anche soltanto delineare una soluzione coerentemente democratica del problema della collocazione palestinese nello Stato di Israele, il primo luogo in cui dobbiamo operare è quello delle scelte culturali e politiche, da allineare e coordinare nella direzione capace, in prospettiva, di un risultato storico. Ad avvicinare la storia capace di quella soluzione valgono adesso tutte le prese in considerazione del problema, poi certi orientamenti, scelte e atti politici.

Si propone quindi, qui, agli ebrei (ed anche ai non ebrei), ai lettori di questo giornale, una cosa minima, della quale però non si può fare a meno, una cosa esemplare dalla cui proliferazione soltanto può venire, su successivi altri piani e livelli, il mutamento: il riconoscimento dell’esistenza di un’anomalìa democratica a danno dei cittadini palestinesi di Israele, il riconoscimento che questa situazione costituisce contraddizione con lo stato delle minoranze ebraiche nei Paesi democratici e quindi anche con le esigenze esistenziali di tutte le comunità del nostro popolo così come esso è oggi.

Chi concorda potrà eventualmente esercitarsi a considerare i possibili corollari.

6. I primi venti anni

Sembrerebbe a questo punto esaurito il tema proposto nel titolo. Così non è, perché alcune altre osservazioni sono necessarie, che collegheranno questo tema con altri e attualizzeranno la sua importanza.

In realtà l’argomento è sempre stato, sul piano dei princìpi, importante. Da una parte in vista di una normale collocazione di Israele tra le democrazie dell’Occidente, dall’altra al fine del mantenimento e consolidamento dell’unità del popolo, al di sopra del diverso rapporto con la statualità tra comunità diasporiche e Israele.

Il problema, nei suoi due aspetti, era presente nelle coscienze dei Padri Fondatori. La Dichiarazione di Indipendenza, nel passo che apriva le porte di Israele a tutti i componenti il popolo ebraico, garantiva, con una formula a metà strada tra il liberale e il democratico, ai suoi cittadini non ebrei la completa uguaglianza of social and political rights (chi sa confronti il testo ebraico), qualcosa, cioè, che politiche di integrazione potevano avviare verso uno stato equipollente a quello degli ebrei diasporici.

La contraddizione oggetto di questo scritto non deriva tanto dal fatto che tale impegno non è stato mantenuto, ma dal fatto che esso non è stato affrontato; e, si può dire, pressoché ignorato, in Israele e in diaspora.

Questo è comprensibile se si pensa a quegli anni, i primi del dopoguerra. Le comunità ebraiche dei Paesi arabo-islamici venivano da un lungo periodo di separazione dal resto del popolo e di relativa passività. Le grandi comunità dell’Europa centro-orientale distrutte dalla furia nazista, quelle occidentali – i loro superstiti – ridotte al lumicino. Restavano la grande comunità americana e l’insediamento israeliano, che, con un’impresa che parve miracolosa, seppe vincere la guerra della fondazione dello Stato. Il mondo ebraico emergente – chi era sopravvissuto – dalla scioà vide nel miracolo la fine di un incubo, la ripresa della vita, l’inizio di una nuova storia; non aveva nemmeno i mezzi per conoscere le cose di Palestina-Israele, tanto meno poteva sentirsi coinvolto in questioni quali qui, col senno derivante dalle esperienze di poi, prospettate.

Le cose non cambiarono di molto negli anni successivi; le informazioni ci giungevano in Occidente scarse e per lo più propagandistiche. Quante volte ci siamo sentiti dire – e ci piaceva – che i palestinesi in Israele “stavano meglio” di quelli abitanti in altri Stati. Ed era vero, perché anch’essi partecipavano, sia pure in sottordine, alla crescita del Paese. Ma non pensavamo (potevano farlo?) che proprio quel miglioramento, economico ed anche culturale, rendeva meno sopportabile la parallela crescita della disuguaglianza e subalternità. Hanno dovuto passare decenni perché ci si rendesse conto, quasi con sorpresa e in circostanze spiacevoli, di quanto sopra.

7. Dopo il 1967

La guerra del 1967 e l’occupazione dei territori fecero nascere un altro problema palestinese, completamente diverso da quello dello stato dei palestinesi cittadini di Israele. Ne derivarono conseguenze contradditorie. Da un lato si diffuse in tutto il mondo, a partire dall’interno di Israele, la consapevolezza dell’esistenza di un problema palestinese nel Vicino Oriente, un problema multiforme, con implicazioni di ogni genere, su molti piani. Contemporaneamente questo nuovo grosso problema sottrasse al precedente la sua già scarsa visibilità all’esterno di Israele. All’interno il collegamento non poteva non essere fatto, immediatamente dai cittadini palestinesi, poi anche dai cittadini ebrei.

La conseguenza tra gli ebrei diasporici fu complessa, contradditoria, variabile e variata nel tempo e da luogo a luogo, si può dire da persona a persona. Si può usare, per estrema sintesi, una parola: “disagio”; una parola che di per sé mi pare riassumere adeguatamente la situazione e che potrà essere oggetto di specifiche analisi. Per il momento può bastare la constatazione di questo disagio, diffuso in tutte le comunità diasporiche, comprendente più o meno distintamente i due problemi, quello interno ad Israele e quello proveniente dai territori, fonte di discussioni e scontri, anche aspri, in tutte le comunità.

Negli anni successivi le cose là e le conseguenze sul piano internazionale, ivi comprese quelle interne alle nostre comunità, andarono, come è noto, aggravandosi. In questa sede è sufficiente notare come ormai un problema palestinese (dell’interno e dei territori) si è stabilmente e dolorosamente installato all’interno di tutto il nostro popolo, all’interno di ognuno di noi. È problema nostro, del popolo ebraico.

Ho ripetuto più volte, in precedenti articoli, non essere loro oggetto la “questione palestinese”, quella nata dalla guerra del 1967. Mi rendo conto oggi, quando gli sviluppi degli ultimi mesi hanno creato là una situazione nuova, il disastro, che di qui in avanti non si potrà parlare di identità ebraica prescindendo da questi eventi. Non parlarne rischierebbe di rendere inascoltabile ogni discorso.

Ma, prima mi pare necessario proporre, anzi imporre la lettore un documento che è lontano nel tempo abbastanza per essere storico, ma che è, purtroppo, tragicamente attuale.

8. Uno scritto del 1968

Nel 1980 Carucci-DAC pubblicava una raccolta di saggi “Ebraismo, popolo ebraico e stato d’Israele” di Jeshajahu Leibowitz. Troviamo scritto nell’Introduzione di Ariel Rathaus: “… La società israeliana ha risposto alla “propaganda d’idee” ed alla “critica alla cultura” di Leibowitz soprattutto con un rispettoso rigetto… inascoltato e incompreso…”

Quanto segue è tratto da un breve saggio pubblicato da Leibowitz nel marzo del millenovecentosessantotto (1968).

9. Una visione del futuro

“… Perno del dibattito sono ‘la pace e la sicurezza’. Se il termine ‘pace’ viene qui usato nel suo vero significato – come indice cioè di una situazione di coesistenza di Israele e degli Stati confinanti, basata su un accomodamento concordato fra le parti – oggi e in un prevedibile futuro le probabilità di una pace del genere sono nulle. Non è questa la sede più adatta per chiarire in termini storicamente approfonditi se del conflitto ebraico-arabo per Erez-Israel si desse a priori una soluzione concordata fra ebrei ed arabi; va però in ogni caso detto che, se nei vent’anni dalla creazione dello Stato d’Israele si sono presentate delle occasioni che forse (nulla più di una semplice ipotesi!) rendevano in qualche modo possibile tentare di raggiungere un accordo di compromesso, noi ce le siamo fatte scappare tutte…

… Chi tiene gli occhi ben aperti – e ci sono occhi ben aperti anche al vertice del governo, solo che i loro proprietari preferiscono, a quanto pare, tacere – vede che senza una soluzione imposta dall’esterno finiremo col ridurci a un secondo Vietnam, in una guerra che si trascinerà senza che se ne possano decidere le sorti, con un’escalation continua. Domani dovremo forse invadere Amman o Damasco senza ricavarne nulla…

… Non vi è relazione diretta fra il problema della sicurezza e quello dei territori: non esistono confini sicuri…

… Siamo condannati a crearci in questo nostro paese un’esistenza senza pace e senza sicurezza, come il popolo ebraico fece nel corso di tuta la sua vita millenaria; e per quest’esistenza dovremo sottoporci a sforzi supremi e a grandi e costanti sacrifici. Pertanto si rende necessario mettere in chiaro con noi stessi di che natura sarà lo Stato per il quale sottoporremo noi e i nostri figli a un’esistenza simile, prendendo posizione sul problema dei “territori” alla luce di tale chiarificazione…

… Lo Stato che eserciterà il proprio dominio su una popolazione ostile di un milione e mezzo-due milioni di stranieri sarà necessariamente lo Stato dello “Shin-bet”, con tutte le inevitabili ripercussioni sullo spirito dell’educazione, sulla libertà di parola e di pensiero e sulla democraticità del regime. La corruzione tipica di ogni regime coloniale prenderà piede anche nello Stato d’Israele. Il regime dovrà dedicarsi da un lato alla repressione di un movimento di rivolta arabo, dall’altro all’acquisizione di quisling arabi. C’è da temere che anche l’esercito israeliano – finora esercito popolare – degeneri a causa della sua trasformazione in esercito d’occupazione, e che una volta governatori militari, i suoi ufficiali diventino tali e quali ai loro colleghi di altre nazionalità: ed ogni commento è superfluo…

… Estendere l’ambito del nostro dominio politico a questi arabi (in aggiunta ai trecentomila già cittadini dello Stato) significa la liquidazione dello Stato d’Israele quale Stato del popolo ebraico, la totale rovina del popolo ebraico stesso, il crollo delle strutture sociali da noi create nello Stato e la degenerazione dell’uomo ebreo come dell’uomo arabo…”.

10. Possono salvarsi i palestinesi?

I palestinesi di oggi sono la generazione del deserto, quelli che non vedranno la repubblica democratica di Palestina; anche se forse qualcuno vorrà denominare Stato il recinto in cui sarà loro dato di gestirsi il disastro. Grande sarà la miseria, soffocato il movimento nazionale, mentre la predicazione dell’odio antiebraico avrà contribuito a esacerbare in odio i rancori interni.

Quando dalle macerie potrà risorgere – augurabilmente presto – il movimento nazionale dovrà essere nuovo; e la novità consisterà nella volontà di rileggere e comprendere il vicino passato. Non sarà più sufficiente la denuncia del nemico ebreo e/o americano, i nemici che hanno fatto, appunto, la loro parte. Il nuovo dovrà contenere la ricerca della propria parte nel capitolo di storia che ha portato al disastro.

Lunga è la storia degli abitanti la Palestina come parte delle terre arabe. Recente è invece la formazione di un’identità autonoma palestinese, un’identità di confine, destinata dalla geografia (e dalla più recente storia) a vedere il suo futuro nel rapporto (sperabilmente di qui in avanti diverso e fruttuoso) con l’Occidente.

Ancora dopo la nascita dello Stato di Israele i cittadini non ebrei di quello Stato furono a lungo prevalentemente arabi, prima che emergesse un sentire comune palestinese. Ed anche il grosso del popolo dovette costruire il proprio movimento nazionale attraverso le conseguenze della sua prima catastrofe, quella del 1948: la diaspora forzata derivata dalle sconfitte, le emigrazioni economiche ed i rimpatri (di nuovo forzati), i campi profughi, l’occupazione straniera.

La ricerca del nuovo potrà forse partire da un momento positivo e fondante dell’identità e del movimento nazionale, quando, dopo 40 anni di ripetute sconfitte degli eserciti di vari Stati arabi, l’intifada del 1988 conseguì la prima vittoria, autonoma, del popolo palestinese.

La rivolta dei giovani lanciatori di sassi tradusse in azione l’esperienza di 20 anni di occupazione. La rivolta, che si diede, strada facendo, organizzazione ed obiettivi, dovrà essere esaminata e studiata nelle sue luci ed ombre, divisioni e unità, slanci e incertezze. L’intifada ottenne certamente un grande successo: il riconoscimento da parte del mondo dell’esistenza della nazione palestinese, con la possibilità, conquistata ed ulteriormente ampliabile, di trattare il proprio futuro.

Il nuovo dovrà poi ricercare la parte propria nel percorso successivo, che da quel momento alto portò al precipizio del 2002.

È generalmente riconosciuto che l’intifada conteneva un forte potenziale democratico nella larga spontanea partecipazione di giovani e ragazzi, nella nuova presenza attiva e organizzata delle donne nella vita sociale e politica, nell’essere la stessa rivolta nata e cresciuta all’infuori della direzione dell’OLP, esiliata – dopo Giordania e Libano – a Tunisi. Questo potenziale democratico fu in gran parte subito bruciato nella fornace della guerra del golfo.

La responsabilità politica del seguito ritornò al vecchio gruppo dirigente, condizionato dalla sua storia, dalle sue contraddizioni e da interventi esterni. Non si volle e/o non si poté infatti arginare la crescita nelle masse popolari dell’influenza da una parte di integralismi religiosi, dall’altra di movimenti direttamente comandati da governi arabo-islamici.

In futuro potrà non essere più esercitazione oziosa il ricercare se e quando e chi non volle combattere il terrorismo, finanziato con lo stesso denaro petrolifero che sosteneva le opere assistenziali di Hamas, se e quando e chi non lo poté combattere nel timore di perdere la guerra civile che ne sarebbe conseguita.

Certo è che le aspirazioni democratiche furono soffocate, fu mantenuto e accentuato l’accentramento del potere. La corruzione inquinò la gestione degli aiuti – del resto avari – e la orientò verso uno sviluppo caratterizzato più dall’aeroporto internazionale e dal Casinò di Gerico che da interventi veramente e rapidamente utili. Si usò dirottare contro il nemico esterno il crescente disagio e la delusione conseguente, intensificando la predicazione dell’odio e coprendo una pratica ambiguamente moderata con il mantenimento di richieste massimaliste e impossibili.

I nemici della pace, certamente forti e attivi in Israele, trovarono obiettivi comuni e così anche collaboratori oggettivi tra i palestinesi e complici tra coloro che nel mondo arabo, mentre continuavano i loro proficui affari con l’Occidente, si dicevano amici e protettori dei palestinesi.

Fino alla seconda intifada, alla successiva scelta sistematica del terrorismo suicida e così alla catastrofe.

11. Israele può

Tra i lettori che avranno avuto la tenacia di arrivare fin qui forse qualcuno sarà stato offeso dall’imposizione fattagli di leggere o rileggere quella pagina del prof. Leibowitz 1968. Mi giustificherò riprendendo quel suo tema; perché lo ritengo, 34 anni dopo, di urgente attualità.

Farò, però, prima, un sommario riferimento alla situazione creatasi dopo la sanguinosa stretta degli ultimi mesi. Registriamo in Israele, contenuti in poche settimane, un numero di lutti quale non si era dovuto sopportare nemmeno nei periodi di guerra aperta; e soprattutto la qualità delle vittime e l’atrocità delle circostanze. Sullo sfondo della paralisi economica e della precarietà di ogni prospettiva.

Israele non dovrà confrontarsi con un disastro quale quello in cui sono precipitati i palestinesi. Spero e credo che in un tempo non troppo lungo il terrorismo possa essere infrenato e soppresso, conseguendosi così non una pace – imprevedibile a breve termine –, sì una tregua, una tregua che Israele sarà in grado di mettere a frutto per avviare il risanamento delle macerie. Possibile, perché forti sono le strutture della società israeliana, perché, pur con i suoi limiti, essa gode della risorsa della democrazia, perché Israele continuerà a ricevere gli aiuti di sempre, politici ed economici.

Non si dovrà comunque dimenticare il fatto dell’avere Israele raggiunto il suo punto più basso in fatto di sicurezza, per essere il rischio penetrato nel suo interno, dove permarrà anche dopo il terrorismo.

Ci sono stati momenti, nel 1967, nel 1973, in cui si era diffusa la percezione della presenza di un imminente pericolo mortale per l’esistenza dello Stato e fisicamente dei suoi abitanti. Si è poi saputo che quegli allarmi erano stati eccessivi, anche se forse nel breve termine utili. Utile può essere oggi rilanciare un allarme, non indirizzato verso una improbabile – salvo un’esplosione mondiale – minaccia militare esterna, ma verso le conseguenze interne della battaglia ancora – mentre scrivo – in corso.

Paventava Leibowitz, con orrore, nel 1968, “la degenerazione dell’uomo ebreo come dell’uomo arabo”.

Mi auguro che la società palestinese possa trovare in sé la capacità di fermare e invertire il processo degenerativo visibile nell’aver reso massiccio e normale l’uso – come arma – del suicidio-strage. In Israele l’esistenza di un analogo pericolo ed anche della capacità di superarlo è stata resa manifesta dalla voluta contraddizione dei combattenti-obiettori.

Ma non dal punto di arrivo del testo di Leibowitz è bene partire, sì dalla proposta da lui fatta in quello che forse è stato il momento più alto nella breve storia di Israele; la vittoria fulminea nella guerra del 1967 aveva infatti dato al popolo ebraico-israeliano definitiva sicurezza nella propria forza, gli aveva aperte prospettive favorevoli di un grande sviluppo. Quale?

12. Salvarsi dalla propria colonizzazione

Il ragionamento di Jeshajahu Leibowitz era semplice, la sua verità ovvia, quasi lapalissiana. Per mantenere l’occupazione dei territori dobbiamo usare la forza, dobbiamo opprimere un altro popolo; prima o poi dovremo affrontare una rivolta e le conseguenze che ne deriveranno.

Non vale ricordare qui l’allucinante approssimazione alla realtà perfino nei dettagli di alcune delle sue previsioni. Soltanto noi, adesso, possiamo controllare questo aspetto. Il tema generale da lui posto era chiarissimo e concludeva con una proposta: “L’unica scelta che ci resta è quella di andarcene… l’abbandono dei territori”.

Questa proposta non trovò alcuna risonanza, venne semplicemente ignorata, del che credo valga la pena ancor oggi stupirci; o almeno ricercare il perché.

Tento una risposta. Perché il discorso di Leibowitz non costituiva un’alternativa, non era un’antitesi da confrontare con una tesi. In realtà non c’era neanche una tesi con la quale confrontare l’antitesi. Dei territori ufficialmente non si sapeva cosa dire. Ma c’erano, e l’”abbandono” non li avrebbe cancellati.

Non fu una decisione o un orientamento dell’autorità responsabile, del governo, delle principali forze politiche ad avviare la colonizzazione. Il suo inizio avvenne per iniziativa privata, attraverso piccoli episodi di persone spinte all’azione da gruppi di ideologhi, due in particolare, portatori di due diversi ma convergenti nazionalismi.

Una parte della minoranza religiosa sionista interpretò a modo suo il timore precedente e la facile vittoria dei sei giorni. Una certa lettura della Bibbia vide nella possibilità di accedere ai territori (Giudea e Samaria) l’inizio della realizzazione di una sua interpretazione della storia (sacra). Incurante della rispondenza o no di questo ideologismo con la realtà attuale del popolo ebraico.

Su ciò devo esprimermi con chiarezza, cercando di evitare equivoci. Sono legato alla storia del nostro popolo e alla sua tradizione, così come fondata fin dalla preistoria e come sviluppatasi nei successivi millenni, in detta tradizione comprendendo il nostro rapporto speciale con la terra di Israele e con lo Stato lì gestito da una nostra comunità. Non sono disposto a seguire quelli che trasformano quel rapporto speciale in un diritto metastorico e pretendono che tale diritto sia riconosciuto da tutti ed inoltre imposto a chi per sua disavventura abbia su quella terra maturato un altro diritto. Ritengo infatti che questa concretizzazione del “rapporto speciale” entri in contraddizione con le esigenze vitali del popolo ebraico così come attualmente configurato dalla storia. Vedo con soddisfazione che è stato ed è possibile giungere a posizioni analoghe anche sul filo della religione democraticamente vissuta. Non religione ma idolatria era per Leibowitz il culto della terra posto alla base della colonizzazione dei territori. Mi propongo anche di presentare ai lettori di Ha Keillah il tormentato pensiero, al riguardo, di Emmanuel Lévinas.

Il secondo gruppo ideologico operante nella pratica del 1968 ed anni seguenti in Israele – con ampie conseguenze anche nelle comunità diasporiche – fu quello dei generali ed altri esperti militari, miopi teorizzatori della sicurezza. Basti ricordare, in merito, che ogni passo da allora compiuto sotto l’insegna della sicurezza portò come conseguenza (del resto non negativa per qualcuno) l’aumento delle spese militari e una minore sicurezza.

13. Una battaglia culturale necessaria

L’impianto, inizialmente “spontaneo” o privato, degli insediamenti e il consenso, facilmente conquistato, dell’opinione pubblica portarono alla fine il governo e tutti i successivi governi, dell’uno e dell’altro colore (con la sola parziale parentesi apertasi a Madrid e chiusa con l’assassinio di Rabin), ad ufficializzare la colonizzazione dei territori come – questo è da comprendere e sottolineare – componente di una particolare politica generale di sviluppo.

I territori mettevano a disposizione una terra, l’uso delle cui parti migliori poteva essere reso più redditizio da chi applicasse tecniche più moderne e una popolazione che poteva fornire abbondante mano d’opera a basso costo e con pochi diritti, popolazione che tuttavia anche a queste condizioni migliorava in qualche misura le proprie capacità di spesa, ampliando così il mercato israeliano.

Questa utilizzazione coloniale (di cui non si videro, e non si richiamano qui, i risvolti immediatamente negativi) ebbe un permanente successo, fino al momento – difficilmente individuabile sul calendario – in cui il processo divenne irreversibile perché una inversione o blocco poteva innescare uno scontro – quasi guerra – civile.

L’avanzata della colonizzazione, fin dai primi passi e dopo, fu assicurata dal fatto di essere collocata, come componente, in una politica generale, quella dello sviluppo rapido e intensivo, dei generosi ponti d’oro per gli investitori internazionali, per i migliori cervelli, i più coraggiosi imprenditori. Una politica che doveva produrre i suoi effetti – positivi e negativi – sulla struttura stessa della società ebraica israeliana.

Il successo di queste politiche pose sotto gli occhi del mondo il miracolo israeliano, miticamente mantenuto avvolto nella non arbitraria immagine del pioniere che fa fiorire il deserto.

Ma le ideologie di cui sopra iniettarono nella società israeliana – con diffusione in tutto il popolo ebraico – un veleno, sotto forma di un particolare tipo di nazionalismo. L’uso del fattore religioso inquinò la vita politica e sociale, facilitando l’esasperazione e la cristallizzazione delle posizioni politiche, degli squilibri sociali, delle origini familiari, delle tradizioni culturali. Con pesanti conseguenze pratiche in fatto di investimenti, di scelte economiche e politiche, fenomeni che andarono aggravandosi mentre i coloni crescevano dalle poche migliaia agli oltre duecentomila e diventavano il centro di un forte gruppo di pressione.

Intanto aumentavano le esigenze – reali e in parte sopravalutate – della difesa, aumentava anche il loro potenziale politico, fino a diventare o ad apparire – risultato triste – il più importante elemento connettivo di una società che andava frammentandosi.

Non per caso e non soltanto per le certamente gravi colpe dei nemici, ma anche come conseguenza delle proprie scelte, si è passati (cito da un giornale israeliano del 22 aprile) dal “nobile Israele di cui mi sono innamorato quando entrambi eravamo giovani”, dalle ispirazioni democratiche e sociali dei pionieri e dei fondatori a un Paese che è, sì, ai vertici della tecnica, ma, tra i Paesi occidentali, è anche tra quelli che presentano la più ingiusta distribuzione dei redditi, la maggiore divaricazione tra ricchi e poveri.

14. Un’alternativa per avere un futuro

Nel tempo di Leibowitz non vi fu chi non si limitasse a dire un “no”, ma sapesse proporre, con efficacia, un’alternativa. La posizione di forza, di unità e di sicurezza raggiunta con la vittoria, il poter contare sulla simpatia e l’appoggio di gran parte del mondo più avanzato, la fortissima solidarietà delle diaspore, il poter contare sulla almeno temporanea acquiescenza degli sconfitti, tutto configurava una situazione gloriosamente favorevole.

Con i territori o senza i territori si poteva chiedere l’aiuto di tutti i democratici del mondo per uno sviluppo economico e civile coordinato di tutta l’area controllata e di tutti i suoi abitanti, così estendendo a tutti i palestinesi l’indirizzo contenuto nella Dichiarazione di Indipendenza.

Lungo il certamente non facile né breve ma possibile cammino si sarebbe potuto, pezzo a pezzo, sperimentare le modalità di convivenza, le regole amministrative, le forme istituzionali.

I nostri vecchi, nel linguaggio dell’Argon di Primo Levi, aggiungerebbero a questo punto: “bahalòm”. Ma non serve smentire come vano utopistico sogno un paesaggio volutamente collocato nel passato e quindi impossibile per definizione.

Perché il passato è presente. Si è soltanto tragicamente deteriorato. E, dopo aver dato agli altri tutte le responsabilità possibili, sarà necessario ripensare la nostra parte, di israeliani ed anche di ebrei.

Israele è ancora alle prese, 30-35 anni dopo, con i territori e i loro abitanti. Il dato di fondo resta, anche se ognuno vede e può descrivere le differenze rispetto all’Israele – e ai palestinesi – di allora. Israele profondamente ferito, come mai prima, e tuttavia più potente ed armato. Unito, come è necessario essere quando la casa brucia, ma serpeggiato dal timore che la distensione esterna possa far riemergere un pericolo interno, quello dell’incapacità di coesistenza tra l’uno e l’altro dei vari gruppi in cui la società si è segmentata.

Controverso è oggi il rapporto di Israele con il concerto delle Nazioni, altrettanto il luogo occupato dalla comunità israeliana nel popolo ebraico.

Anche gli abitanti dei territori saranno imprevedibilmente diversi. Ma ci saranno.

C’è chi propone di confermare nelle nuove e più difficili condizioni la vecchia politica?

Forse sì, a giudicare dal persistere del governo Sharon-Peres.

C’è chi è in grado di presentare un’alternativa? Forse no, se il massimo della democrazia sembra essere la prospettazione di un “muro” di separazione dai territori marginalmente rimodellati.

Eppure un’alternativa si deve trovare, se Israele vuole avere la sua parte di futuro. Non si può, non si deve evadere la prova di appello che la storia sta concedendo a Israele e che, sprecata la tregua, potrebbe non ripetersi.

La precedente sommaria ricostruzione del passato vale a indicare una prospettiva, non certo i momenti concreti della sua applicazione.

Una cosa si può dire. Che il luogo nel quale già si può dare un segno è l’Israele dell’interno. La volontà dello sviluppo coordinato può essere manifestata subito con l’inizio reale della sua applicazione al tema oggetto iniziale di questo scritto, tema che è oggi non solo, come sempre, importante per ragioni di principio, ma come immediatamente possibile punto di svolta nella direzione della pace.

Ref: Silvio Ortona

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